L’amaro – 26/06/23

Oggi mi fa pensare una dichiarazione del Club Alpino Italiano (CAI). Forse bisognosi di visibilità se ne sono usciti con questa dichiarazione: “Basta con le croci sulle montagne, sono anacronistiche e divisive”. Bel colpo questo del CAI. Sì, perché oggi bisogna muoversi con le pattine per evitare che chiunque si offenda. Tutti sono specie protetta. Eccetto i cristiani. Attacca i cristiani e i loro simboli tranquillamente perché i vantaggi sono immediati: simpatia popolare e visibilità. I problemi sono due e sono proprio l’emblema di questi tempi, malati della malattia terminale chiamata modernità. Il primo è relativo all’incapacità di tollerare il divisivo, la dialettica interna, la contraddizione. Nulla deve essere divisivo, tutto deve essere condiviso da tutti, deve trovare comune accordo perché questa è la democrazia. Quello che divide è male. E invece la democrazia, questa utopia simpatica, non ha nulla a che fare con la concordia universale e con l’accordo totale di ognuno. Quello che in realtà stiamo creando è la versione contemporanea di un tanto odiato Stato etico, dove al posto dello stato c’è la società e l’etica imperante è quella neoliberale di stampo americanoide. La democrazia è prima di tutto coesistenza dei diversi. Il secondo problema è relativo al secolarismo sfrenato che investe valori e simboli. Evviva lo stato laico (mah, però su questo ho le mie idee strane e ok, lo capisco, non devo convincere nessuno e non mi interessa), ma laicismo è una cosa, precipitare in un mondo antisimbolico è perverso. Perché con le croci è più evidente, ma questo mondo sta distruggendo ogni simbolo che non sia interno alla grande narrazione neoliberale. Noi esseri umani viviamo di simboli, la realtà è simbolica in maniera eminente, ma ci stanno raccontando che non è così. E l’umano senza simboli non è umano.

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