MONDO
CROLLANO ANCORA LE BORSE, NUOVO LUNEDI’ NERO. Dopo i dazi americani la grande finanza annaspa. Milano apre con un -6,4% e le banche sono in picchiata. Cadono i prezzi di petrolio e gas. Per Trump i dazi restano una cura necessaria. Vance assicura che ci vorrà del tempo per vedere i risultati benefici dei dazi, o meglio dei ricatti.
-REAZIONI CINESI E RUSSE. Qualcuno ha parlato di fine dell’epoca della globalizzazione. Noi siamo cauti e molto, molto, molto meno ottimisti. La guerra commerciale, la si chiami con il suo nome, è di fatto cominciata. La Cina ha raccolto la sfida ed è pronta: dal 10 aprile imporrà ulteriori dazi al 34% su tutti i prodotti americani e dei rigidi controlli sull’export delle terre rare. La Russia commenta laconica: “L’economia globale è in subbuglio. La Russia non è toccata al momento, ma siamo attenti a possibili impatti”. Non può spingersi oltre il Cremlino, non in queste fasi cruciali di trattative sull’Ucraina.
-GLI USA METTONO PRESSIONE A PUTIN. Il segretario di stato Rubio ha dichiarato che Trump non è disposto ad aspettare colloqui infiniti sull’Ucraina. E’ nelle prossime settimane che il magnate americano vuole testare l’affidabilità di Putin.
ITALIA
-SALVINI SEGRETARIO DELLA LEGA FINO AL 2029. Non si era presentato nessuno a competere con il leader del fu carroccio. La Lega vuole mostrarsi più compatta che mai attorno a Salvini che rinnova la fedeltà assoluta alla maggioranza, con uno sguardo, perché no, al Viminale. In collegamento anche Marine Le Pen che si paragona a Martin Luther King: “La mia è una battaglia pacifica”. La battaglia di chi ha rubato soldi europei, certo. Anche il generale Vannacci si tessera con la Lega: “Da ora avanti insieme”.
-MANIFESTAZIONE M5S CONTRO IL RIARMO. Conte prova ad unire attorno a sé la piazza ideale dei contrari al riarmo. Presente alla manifestazione una delegazione del PD, ancora in dialogo interno per capire quale posizione prendere.
L’AMARO
Ma cosa sta accadendo nel mondo? Trump è impazzito? No. Basta, per l’ennesima volta, chiamare in causa la follia per giustificare certe politiche non aiuta nessuno nel comprendere la complessità del reale. No, Trump non è folle, magari fosse. Proviamo a capirci qualcosa. Chiaramente queste sono ipotesi. Nella testa di Trump c’è la volontà, dichiarata, di costruire un nuovo ordine economico internazionale, in cui il ruolo degli Stati Uniti assume una diversa connotazione. In particolare si vuole tenere insieme due principi: far sì che il dollaro resti la principale valuta di scambi internazionale (in parte per sostenere il mostruoso debito statunitense senza dover ricorrere all’austerità, in parte per affermare la supremazia di Washington sui BRICS) e reindustrializzare il paese. Gli Stati Uniti da anni versano in uno stato di malcontento generalizzato su cui Trump ha basato il proprio consenso. Il problema principale è proprio la dobbiamo natura del dollaro come valuta nazionale e insieme internazionale. Gli Stati Uniti devono emettere infatti liquidità per il mondo intero. In questo modo molti dei dollari stampati dagli USA finiscono fuori del paese e contribuiscono ad aumentare il deficit. Il problema è che, come abbiamo mostrato nell’approfondimento su “I padroni del mondo”, questo è l’unico modo per reggere il grande predominio dei gruppi finanziari statunitensi. E’ quindi vitale, per gli USA che il dollaro mantenga la sua funzione di principale valuta internazionale, ma questo produce, per converso, una sopravvalutazione della valuta stessa. Se infatti aumenta la domanda di dollari, aumenta la pressione al rialzo sul cambio e il dollaro finisce per essere sopravvalutato. Cosa comporta questo nell’economia reale? Innanzi tutto le esportazioni americane risultano più costose e meno competitive e, di conseguenza, le importazioni sono più economiche. A lungo andare questa situazione ha determinato un declino nell’industria e nella manifattura statunitense. Oggi la manifattura USA contribuisce soltanto al 10% del PIL del paese e questo è un problema non solo per la disoccupazione e per la pressione sociale che questo comporta, ma anche perché un’industria forte è la premessa essenziale per ogni tipo di conflitto bellico. In questo contesto economico la Cina, principale detentrice del debito pubblico americano, ha completamente devastato l’industria americana. Allora è così che si spiega la strategia dei dazi. Tutt’altro che la fine della globalizzazione, nella mente di Trump, ma anzi, l’inizio di una nuova era di mercato in cui il potere degli Stati Uniti rischia di essere incontrastato. Trump sta dimostrando che non gli interessano affatto gli effetti a breve termine, generando un’arma di pressione su tutta l’economia globale. La maggior parte dei paesi, infatti, una simile pressione non è in grado di reggerla. Il prossimo passo del piano potrebbe essere infatti quello di un nuovo grande accordo economico con dei paesi in difficoltà che entrerebbero così ancora più direttamente nel mercato del dollaro. L’obiettivo è indebolire la moneta, riducendo così i costi di finanziamento.
IL CONTO
“La gratitudine è un debito che di solito si va accumulando, come succede per i ricatti: più paghi, più te ne chiedono”. Twain

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